Libri

Riassunti, recensioni e info varie del mondo dei libri

Archivio per luglio, 2007

Recensione “Il Piccolo Principe – Antoine De Saint-Exupery”

Il piccolo principe (Le Petit Prince), è l’opera più conosciuta di Antoine de Saint-Exupéry. Pubblicato nel 1943, è un racconto molto poetico che – sotto l’apparenza di un’opera letteraria per ragazzi – affronta dei temi profondi come la vita, l’amore e l’amicizia.

In un certo senso costituisce una sorta di educazione sentimentale. L’opera è – nella sua versione originaria (così come solitamente nelle varie traduzioni in decine di lingue) – elegantemente illustrata dagli acquerelli dello stesso Saint-Exupéry, disegni semplici e un po’ naïf che sono celebri quanto il racconto.

Nel racconto, l’autore immagina di aver effettuato un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara, quando incontra il protagonista: un piccolo principe proveniente da un altro pianeta. Nelle loro conversazioni, l’autore rivela il proprio punto di vista sulle follie dell’umanità e il candore disarmante che gli uomini perdono quando crescono.

Il giorno dopo l’atterraggio forzato, si risveglia al suono di una voce che chiede “Per favore… disegnami una pecora!”. Il bambino che ha fatto la domanda si rivela essere un piccolo principe proveniente da un altro pianeta. L’aviatore comincia a disegnare varie pecore, che il bambino rifiuta, fino a quando esasperato disegna una scatola con dei buchi dove dice esserci dentro la pecora, il piccolo principe è contento di questa pecora. Alla fine della discussione il piccolo principe racconta la sua storia.

Fonte: www.wikipedia.it

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Recensione de “La casta”

La casta ,  il nuovo romanzo di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.

Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d’oro da scuderie di cavalli. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. “Rimborsi” elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più “virtuose” moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati “trombati” consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l’autoblu. La denuncia di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l’intera società italiana. Storie stupefacenti, numeri da bancarotta, aneddoti nel reportage di due famosi giornalisti.

Fonte:www.ibs.it

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Treno di panna di Andrea De Carlo

Treno di panna, il primo romanzo di Andrea De Carlo.

Giovanni, un giovane fotografo milanese, arriva a Los Angeles. E’ pieno di fantasie e attratto da quello che vede, anche se non sa cosa stia cercando veramente. Trova lavoro come cameriere in un ristorante, poi come insegnante di italiano in una scuola di lingue di Bel Air. Una dei suoi allievi è Marsha Mellows, la famosa star del cinema che lui ha sempre amato. Il mio primo romanzo pubblicato.

“… l’insaziabilità degli occhi che vedono lo spettacolo del mondo multicolore ingigantito come attraverso la lente di ingrandimento. È questa la giovinezza che De Carlo racconta.”
Italo Calvino
“Uno sguardo da lama di coltello…”
Le Canard Enchaînée

“… un libro perfetto, meravigliosamente scritto, bello da leggere. Divertente. Affascinante. Cool. Nessun desiderio rimane inappagato.”
Der Falter

Fonte: www.andreadecarlo.com

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Recensione di “Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra” di Roberto Saviano

Gomorra è il primo romanzo di Roberto Saviano. Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri. Questa è oggi la camorra, anzi, il “Sistema”, visto che la parola “camorra” nessuno la usa più: da un lato un’organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall’altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell’immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de “Il corvo” con Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare.

Fonte: www.bol.it

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Recensione de “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…” di Aldo Nove

Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… di Aldo Nove

Questa non è fiction. È realtà. La realtà del lavoro oggi. La parte non protetta, debole, insicura. Una faccenda che riguarda tutti. Un libro composto di interviste affilate come lame a giovani e non piú giovani, cui si affianca ogni volta il commento e racconto di Aldo Nove sul sogno perduto di una generazione di adulti costretti a forza a rimanere bambini.

Persone vere, mai raccontate però. Chi lavora in agenzie web, chi fa il pastore precario, chi vive flessibilità di ogni genere, chi rimane stagista a vita, chi a vent’anni fa un lavoro «di relazioni e di successo», chi lavora in uno studio da avvocato ma si mantiene facendo il cameriere, chi fa il part-time in un museo. Lavoratori per Internet, lavoratori interinali… E «quarantenni narcotizzati da una quotidianità sovrastante», per i quali è sempre piú difficile permettersi di fare figli. Aldo Nove usa qui la scrittura per mettere a nudo la realtà, nel modo piú semplice e senza fronzoli. Affiancando ogni volta alle «cose viste» il suo racconto-commento, sommesso e radicale. Un’inchiesta coraggiosa e fuori dal coro, una lettura che davvero toglie il fiato.

Un docudrama italiano, un reportage aspro delicato e struggente. I conti definitivi con i sogni, le autoillusioni, le idee, le sconfitte e l’orgoglio della generazione di cui, con questo libro, Aldo Nove diventa l’autentico portavoce.

Fonte: www.einaudi.it

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Recensione e riassunto del libro “Uto” di Andea De Carlo

Uto di Andrea De Carlo

 

Il titolo Uto deriva dal nome del protagonista, un diciannovenne milanese dalle grandi doti di pianista e dal carattere completamente instabile.

Dopo il suicidio del patrigno, Uto viene mandato dalla madre presso una famiglia di amici intenta a “costruire” la felicità in un bosco coperto di neve nel Connecticut, nei pressi di una comunità spirituale.

Accolto con calore nella bella casa di legno costruita dal capofamiglia, Uto entra nella vita dei supoi ospiti come un virus in un organismo sano, e produce in breve tempo gli stessi effetti devastanti.

Ma c’è un aspetto del tutto imprevedibile nella situazione, che coglierà Uto e anche il lettore di sorpresa.

Uto è un libro scritto da Andrea De Carlo.

Fonte: la copertina del libro, ed. Bompiani

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L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon

Uscito in sordina in Spagna nel 2001, L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon è divenuto, grazie solo al tam-tam dei lettori, un caso editoriale premiato da un incredibile successo di critica e pubblico in tutto il mondo. L’esordio sulla scena internazionale di uno straordinario narratore.
A Barcellona una mattina d’estate del 1945 il proprietario di un negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo segreto dove vengono sottratti all’oblio migliaia di volumi di cui il tempo ha cancellato il ricordo. E qui Daniel entra in possesso di un libro maledetto che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un mondo di misteri e intrighi legato alla figura di Juliàn Carax, l’autore di quel volume. Daniel ne rimane folgorato, mentre dal passato iniziano a emergere storie di passioni illecite, di amori impossibili, di amicizie e lealtà assolute, di follia omicida e di un macabro segreto custodito in una villa abbandonata. Una storia in cui Daniel ritrova a poco a poco inquietanti parallelismi con la propria vita…

Fonte: www.wikipedia.it

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Il visconte dimezzato – Italo Calvino

Il visconte dimezzato – Italo Calvino

Il visconte dimezzato, narrato dal nipote del protagonista, è la storia di un visconte che partecipa, assieme allo scudiero Curzio, a una guerra di religione alla fine del Seicento in Boemia. Il protagonista viene tagliato in due parti speculari da una palla di cannone. Prende il via così la vita parallela delle due metà di Medardo: la vita del visconte cattivo, il cosiddetto “Gramo”, e quella del visconte “Buono”, che apparirà soltanto dopo la metà del racconto. Inizialmente ritorna al paese solo il lato maligno, capace di terribili atrocità: provoca la morte del padre, tenta di uccidere il nipote, condanna a morte decine di uomini solo per aumentare il numero dei fuochi fatui al cimitero. Il Medardo “cattivo” però rivela anche inaspettate doti di umorismo e di realismo. Successivamente fa ritorno al paese natio anche l’altra metà del visconte che si comporta in modo totalmente opposto: gentile, altruista, buono.

I “due” protagonisti si innamorano della stessa donna, la pastorella Pamela e, dopo varie vicissitudini, giungono a un duello che finirà con una ferita contemporanea proprio nel punto della precedente divisione. Un dottore riuscirà a ricongiungere le due metà e a ripristinare il quieto vivere. Questo sembra sottolineare i conflitti interni che ci troviamo a combattere separando la parte “buona” e quella “malvagia”. L’eccesso di una o dell’altra non è un bene per nessuno ma è l’insieme che ci spinge ad essere equilibrati nelle nostre scelte.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_visconte_dimezzato

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Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Il fu mattia pascal è uno dei libri più importanti scritti da Luigi Pirandello. Il Signor Pascal era un uomo che viaggiava e che seppe arricchirsi giocando a carte con un capitano di Liverpool. Con quanto accumulato riuscì ad acquistare campi, case e vigne a Miragno, paesino ligure in cui viveva. Morì durante un viaggio, lasciando tutto alla moglie e ai due figli. La madre, inetta all’ amministrazione di un così vasto capitale, decise di affidare l’ incarico a Batta Malagna, amico del defunto marito. Questi ne approfittò in ogni modo, impoverendo la famiglia a suo vantaggio. I due figli, Mattia e Roberto, crebbero in serenità,liberi da ogni condizionamento morale, religioso ed anche scolastico. Pinzone, l’ insegnante, pensò infatti a divertirsi con loro, piuttosto che seguirne l’ erudizione. Mattia crebbe, sviluppando un carattere impulsivo, allegro e soprattutto spensierato. Malagna non riuscì ad avere figli dalla prima moglie malata e ne soffrì moltissimo, perché la sorte della donna gli sembrò un castigo per le sue passate ruberie. Dopo la morte della consorte decise di risposarsi con Oliva, che era in attesa di un figlio di Mattia e così rovinò l’amore dei due giovani. Malagna, accettando come proprio il figlio di Mattia, riuscì ad avere un nuovo erede. Una parente di Malagna,la vedova Pescatore con l’affascinante figlia Romilda, si trasferirono da Batta. Pomino, amico di Mattia,innamoratosi della donna, chiese a quest’ultimo di avvicinarla a lui. Fra Mattia e Romilda, però, nacque involontariamente un forte amore che condussse i due alle nozze, nonostante il parere contrario della vedova. La vita del giovane Pascal da quel momento diventò un inferno;egli perse infatti ogni ultima ricchezza e sua moglie cominciò a non amarlo più, lasciandosi andare e diventando sempre più brutta. Mattia fu anche investito da una serie di devastanti disgrazie: i due figli messi al mondo morirono uno dopo l’ altro; la madre, che zia Scolastica era riuscita ad allontanare dalla vedova Pescatore, perfida seminatrice di zizzania , non riuscì a resistere e morì di lí a poco, lasciando devastato il povero Mattia. Il piccolo Pascal decise di cercar lavoro e divenne bibliotecario dell’ abbandonata biblioteca di Miragno. Il lavoro consisteva soltanto nel cacciare topi ed era estremamente noioso e insolito, quindi Pascal] partì all’ insaputa di tutti per Montecarlo. Lì in una decina di giorni riuscì a far fortuna, vincendo ottantaduemila lire, un vero capitale per quei tempi, che gli avrebbe permesso di risanare ogni debito. Ma gli si presentò un’occasione, all’ apparenza irripetibile e alquanto ghiotta, un modo sicuro di cambiare vita, lasciandosi tutto alle spalle: su un giornale lesse la notizia della sua morte,infatti la moglie e la suocera avevano identificato in Mattia il cadavere di un povero ragazzo annegato vicino al molino alla Stia (vecchia proprietà dei Pascal e luogo del suicidio). Dopo aver letto la notizia, Pascal vide levarsi davanti a sé una nuova vita, foriera di libertà. Decise allora di non commettere gli errori della vita precedente e di vivere senza legami. Cambiò aspetto: si tolse la fede nuziale, eliminò la barba, si fece crescere i capelli ed optò per un paio di occhiali colorati, con lo scopo di nascondere l’ occhio storto. Fu necessario anche cambiare nome, che ricavò da un dialogo svoltosi fra signori vicini a lui:unì il nome di una persona ed il cognome di un’ altra ed ebbe l’identità perfetta, Adriano Meis. S’inventò poi di essere emigrato dall’America, quando era ancora piccolo, insieme al nonno, che morì quando egli aveva dodici anni. Così Mattia era morto ed egli poteva cominciare la sua seconda vita. I viaggi di Mattia si alternarono fra visite a città italiane e tedesche.Ma presto si accorse che la sua libertà era solo frutto di un errore, che lo aveva reso un uomo sconosciuto tanto alla legge quanto alle altre persone. Finse così un suicidio e, lasciati bastone e cappello vicino a un ponte sul Tevere, ritornò a Miragno come Mattia Pascal. Trascorsero due anni, Mattia arrivò al paese e venne a sapere che la moglie si era risposata con Pomino ed aveva avuto una bambina.A questo punto si ritirò dalla vita e trascorse le sue giornate nella biblioteca polverosa, dove aveva già lavorato, scrisse la sua storia e ogni tanto si recò al cimitero per portare sulla sua tomba una corona di fiori.

Fonte: http://it.wikibooks.org

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Recensione del libro – Se questo è un uomo – Primo Levi

Se questo è un uomo è un romanzo autobiografico di Primo Levi scritto tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947, che rappresenta una testimonianza intensa e toccante dell’esperienza dell’autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Il manoscritto fu inizialmente rifiutato da Einaudi e venne pubblicato dall’editore De Silva, che ne stampò però solo duemilacinquecento copie. Il successo e la notorietà del libro arrivarono solo nel 1958 quando finalmente fu pubblicato da Einaudi.

Scorci della vita quotidiana all’interno del campo di Monowitz – lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell’impianto Buna-Werke proprietà della I.G. Farben – intervallati da riflessioni profonde dell’autore permettono al lettore di immedesimarsi con il protagonista-autore ed affiancarlo virtualmente nella sua “esperienza”.

Le pagine “trasudano” di sofferenza, una sofferenza vissuta con la massima dignità che un “uomo” riesce a mantenere nelle condizioni nelle quali è costretto a vivere all’interno di un campo di concentramento. La lettura del libro è un’esperienza intensa, dolorosa anche per il lettore che rivive insieme all’autore tutta la sofferenza di quei giorni. L’oscurità per l’intera umanità.

La morte è sempre presente, viene però vissuta come un evento ineluttabile della quotidianità. Tra le righe, e forse anche oltre, troviamo anche momenti di speranza, eventi che capitano e che ricordano ai protagonisti che forse non tutto è perduto e che comunque, come dice l’autore, sia la felicità che l’infelicità non sono perfette e nelle imperfezioni di queste sono nascosti dramma e speranza.

Il testo viene scritto non per vendetta, ma soltanto come testimonianza di un avvenimento storico che sa di tragico. Lo stesso Levi dice testualmente che il libro «è nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi» ed è scritto per soddisfare a questo bisogno.

Fonte:www.wikipedia.it